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" CORNER " : L' angolo che parla dei mali nel mondo PDF Stampa E-mail
Scritto da Saetta   
giovedì, 24 maggio 2007 09:59

EFFETTO SERRA, l' UE boccia l' Italia

da Repubblica.it > Esteri

Effetto serra, l´Ue boccia l´Italia
Respinto il piano del governo, le emissioni dovranno scendere del 6%
l´ambiente


Troppo alti i tetti previsti per l´applicazione dei vincoli di Kyoto. Adesso Roma dovrà adeguarsi
Bruxelles ha già imposto la riscrittura dei progetti a 18 stati su 22
Le associazioni ambientaliste cantano vittoria: "Chi inquina deve pagare"
ALBERTO D´ARGENIO

BRUXELLES - L´Europa rimanda al mittente il piano italiano sull´assegnazione delle emissioni di gas serra per il periodo 2008-2012 e chiede una riduzione del 6,3 per cento degli scarichi di Co2 rispetto a quanto previsto dal governo. La decisione è stata presa ieri nell´ambito dei controlli che la Commissione Ue svolge nella veste di guardiano del Protocollo di Kyoto all´interno del Vecchio Continente. Ma la bocciatura dell´Italia è un caso tutt´altro che isolato, visto che finora Bruxelles ha respinto diciannove dei ventidue piani che le sono stati notificati: nella lista dei buoni appaiono soltanto Gran Bretagna e Slovenia, mentre la Francia ha ottenuto il via libera solo dopo essersi adeguata ad un primo stop.
Il primo punto del piano italiano criticato dal commissario Ue all´Ambiente, Stavros Dimas, riguarda le tonnellate di anidride carbonica che le nostre industrie potranno disperdere nell´aria: il governo ne aveva previste 209 milioni, mentre Bruxelles ha deciso di permetterne 195,8, ovvero il 6,3 per cento in meno. Un risultato che non è certo il peggiore tra i ventisette paesi dell´Ue. La Germania, ad esempio, ha dovuto tagliare circa 30 milioni di tonnellate, la Polonia addirittura 76.
La decisione di ieri rende giustizia al ministro dell´Ambiente, Alfonso Pecoraro Scanio, che lo scorso anno aveva proposto un piano da 195 milioni di tonnellate, una quantità praticamente in linea con quella imposta dall´Ue, che aveva poi dovuto ampliare in seguito al braccio di ferro con il collega per lo Sviluppo economico, Pierluigi Bersani, impegnato a tutelare la competitività delle imprese italiane. E proprio le imprese, che già ritenevano piuttosto stringente il piano presentato all´Ue, saranno le prime a pagare il conto della sforbiciata di Bruxelles, in quanto saranno obbligate a reperire le emissioni necessarie a rispettare i nuovi vincoli sulle Borse delle emissioni, dove una tonnellata di Co2 è venduta tra i 18 e i 20 euro. Spesa inevitabile, visto che se l´Italia non si adeguerà alla decisione Ue, ha ammonito ieri sottosegretario all´Economia Paolo Cento (Verdi), scatterà il meccanismo delle multe con un «costo complessivo di circa 3,5 miliardi di euro l´anno».
Ma i rilievi della Commissione non si sono limitati alle quote: l´Italia dovrà fornire maggiori informazioni sul trattamento che riserverà alle nuove imprese che entreranno nel sistema di scambio delle quote di emissione (Ets). In pratica si chiede al governo di stabilire da subito il loro destino, senza aspettare di farlo dopo che queste siano arrivate sul mercato.
L´Ue chiede poi che nel piano siano inseriti alcuni impianti di combustione (per un ulteriore milione di tonnellate all´anno), come hanno fatto gli altri paesi europei.
Infine Roma dovrà tagliare dal 25 al 14,9 per cento il limite al quantitativo massimo dei "crediti di emissione" concessi da Kyoto: si tratta delle quote di energia verde prodotte nei paesi in via di sviluppo o dell´ex blocco sovietico esportando tecnologia pulita, quote che possono essere recuperate, e quindi emesse, in casa propria.
Commentando la decisione dell´Unione europea, Pecoraro Scanio ha sottolineato che ora è necessario «lavorare perché contribuiscano anche altri settori come trasporti ed edilizia, facendo così capire agli industriali che non si chiede solo a loro». Legambiente, Greenpeace e Wwf Italia hanno invece parlato di decisione inevitabile, auspicando che «finalemente si applichi il principio del chi inquina paga».
Le ripetute bocciature dell´Ue fanno capire quanto sarà aspra la lotta tra Bruxelles e le varie capitali quando dovranno essere negoziate le nuove (e più stringenti) quote nazionali di emissioni richieste dal piano europeo contro il cambiamento climatico approvato a marzo che, a partire dal 2012, imporrà una riduzione di almeno il 20 per cento dei gas serra a livello continentale. 

 ROMA - Gli ambientalisti partono all´attacco e Confindustria si trincera in difesa. La decisione di Bruxelles manda all´aria gli equilibri politici italiani e fa saltare sei mesi di estenuante mediazione politica riportando il baricentro della discussione al 13 luglio 2006, quando sul sito del ministero dell´Ambiente apparve la prima bozza di discussione del piano, una bozza che prevedeva un tetto di 194 milioni di tonnellate di anidride carbonica. La proposta fu poi ritoccata e rivista negli incontri intergovernativi - soprattutto su pressione del ministro dello Sviluppo economico Bersani - fino a produrre il documento consegnato nel dicembre dello scorso anno a Bruxelles con l´indicazione di un tetto di emissioni salito a quota 209 milioni di tonnellate.
Ora la sconfessione di Bruxelles impone alla faticosa mediazione italiana un taglio di 13,2 milioni di tonnellate di anidride carbonica. E non resta che correre rapidamente ai ripari. Lunedì si terrà la prima riunione interministeriale per avviare la revisione richiesta da Bruxelles e rispondere agli interrogativi sulle reali disponibilità economiche per sostenere il progetto di rilancio tecnologico del paese e sulla misura dello sforzo richiesto.
Le maggiori resistenze vengono dalla parte industriale, sollecitata a una forte accelerazione innovativa. Secondo Confindustria, «ancora una volta si scaricano sull´industria italiana riduzioni più pesanti a causa della non credibilità dei piani riguardanti altri settori» e questo significa «porre vincoli alla crescita economica che possono riflettersi pesantemente sul paese». Anche per il ministero dell´Industria «non è convincente nella decisione della Commissione la sottovalutazione del contributo che abbiamo chiesto con misure inedite di incentivazione a settori come quello dei trasporti e delle abitazioni».
Ma il ministro dell´Ambiente Alfonso Pecoraro Scanio questa volta appare deciso a toccare uno dei nodi più delicati: «Se c´è un settore che deve dare una mano è quello del carbone. Il carbone costa poco e consente forti guadagni, ma produce molta anidride carbonica. E´ un problema che non può più essere eluso. Il sistema energetico ha bisogno di una forte spinta verso l´innovazione: fa bene alle industrie e fa bene al paese».
Soddisfatte della decisione di Bruxelles le associazioni ambientaliste. Legambiente, Greenpeace e Wwf sottolineano però che ora tocca anche agli altri settori, soprattutto ai trasporti, che in questi anni ha fatto registrare il maggior aumento delle emissioni. La Legambiente calcola che solo dal miglioramento della mobilità sostenibile (più trasporto su ferro, più spazio alle bici e ai pedoni, car sharing, auto più efficienti) si potrebbe ricavare un taglio di 30 milioni di tonnellate di anidride carbonica, quasi un terzo dell´obiettivo globale per l´Italia. Un minor uso del carbone e il ricorso alla produzione elettrica attraverso le tecnologie più avanzate (cicli combinati, recupero del calore) valgono 50 milioni di tonnellate di anidride carbonica.
Il mancato rispetto degli impegni previsti dal protocollo di Kyoto porterebbe invece a multe che, nel periodo 2008-2012, saranno di 100 euro a tonnellata, più l´acquisto sul mercato delle quote non rispettate. Secondo il sottosegretario all´Economia Paolo Cento, il mancato raggiungimento degli impegni di Kyoto ci potrebbe costare 3,5 miliardi di euro l´anno.
Viceversa rendere più efficiente il sistema può essere conveniente per tutti. E´ anche la tesi dell´Eni che ieri ha presentato una campagna sui comportamenti responsabili elencando 24 azioni virtuose (dall´acquisto di lampadine ad alta efficienza a quello di frigoriferi di classe A) che si tradurrebbero in 1.600 euro di risparmio annuale per ogni famiglia.
(a. cian.) 

L´INTERVISTA
Parla il guru Usa dell´energia dolce: "L´Italia può conquistare la leadership della terza rivoluzione industriale, quella dell´idrogeno verde"
Rifkin: "L´occasione per una svolta dovete sfruttare il sole e il vento"

All´europarlamento È stata appena votata una dichiarazione per creare un modello energetico innovativo
le industrie È ormai chiaro che valutazioni economiche e valutazioni ecologiche sono inscindibili
ANTONIO CIANCIULLO

ROMA - «La Commissione europea ha fatto il suo dovere e l´Italia avrà tutto da guadagnare a seguire le indicazioni di Bruxelles, che, tra l´altro, coincidono con le valutazioni del ministero dell´Ambiente. Chi si oppone non si rende conto che siamo a un punto di svolta drammatico nella storia dell´umanità: se non modifichiamo il nostro sistema energetico avremo un aumento di tre gradi di temperatura entro il secolo. Significa tornare al pleistocene, a tre milioni di anni fa». Jeremy Rifkin, il guru dell´energia dolce, commenta la bocciatura del piano italiano rispondendo al telefono da Bruxelles, dove ha appena ottenuto un successo importante: una dichiarazione scritta del Parlamento che propone un modello di fuoriuscita dall´era del carbonio e dall´era del nucleare.
Cosa significa in concreto questa dichiarazione?
«E´ una svolta epocale. Per la prima volta, a larghissima maggioranza e con il voto compatto dei capigruppo di tutti i partiti, è passata la linea di un modello energetico assolutamente innovativo che poggia su cinque paletti. Primo: riduzione del 30 per cento delle emissioni serra al 2020. Secondo: aumento dell´efficienza energetica del 20 per cento al 2020. Terzo: entro la stessa data il 33 per cento dell´elettricità e il 25 per cento dell´energia globale prodotti utilizzando fonti rinnovabili. Quarto: entro il 2025 un´infrastruttura dell´idrogeno basata su una rete capillare e su una tecnologia di immagazzinamento avanzata, in modo da poter utilizzare questo vettore anche negli apparecchi elettronici portatili che tutti noi usiamo quotidianamente. Quinto: rendere le reti energetiche indipendenti e intelligenti entro il 2025, in modo che le regioni e le città possano produrre e condividere i flussi energetici».
Le industrie sono preoccupate per i costi di questo progetto.
«Dopo aver letto il rapporto Stern credo che abbiano altro di cui preoccuparsi. L´analisi dell´ex chief economist della Banca Mondiale mostra con chiarezza come le valutazioni economiche e le valutazioni ecologiche siano inscindibili. Nessuna economia può sopravvivere sulle macerie della natura. Il global warming rischia di cancellare fino al 20 per cento del Pil mondiale oltre a spazzare via la metà delle specie viventi causando la sesta estinzione di massa. E le altre volte ci sono voluti dieci milioni di anni per recuperare la biodiversità».
Mentre altri paesi hanno già avviato la corsa alle nuove energie, l´Italia è indietro. La penalizzazione rischia di essere pesante?
«Avete pochi combustibili fossili ma tanto sole, vento, biomasse e geotermia. Utilizzandoli al meglio si può creare un grande mercato capace di rilanciare l´economia. Per questo l´Italia ha le carte in regola per conquistare la leadership della terza rivoluzione industriale, quella basata sull´idrogeno verde, estratto non dai combustibili fossili ma dall´acqua con l´elettricità fornita dalle fonti rinnovabili. Nell´era di internet e della democrazia dell´informazione in cui ognuno va cercare in rete quello che vuole, vinceranno i paesi che per primi si doteranno di sistema elettrico elastico, coerente con questo modello informativo, capace di far scorrere l´energia in entrata e in uscita in ogni casa, seguendo i bisogni e i desideri dei cittadini».
Finora i paesi in prima linea nella difesa del clima sono stati altri: in particolare la Gran Bretagna, che ha proposto un piano nazionale di riduzione del 60 per cento delle emissioni serra al 2050, e la Germania.
«Ma gli Stati meridionali dell´Unione europea potrebbero essere penalizzati in maniera terribile dall´accelerazione dei processi di inaridimento. L´avanzare della desertificazione nel Sud dell´Italia avrebbe riflessi pesantissimi non solo sulla qualità della vita degli abitanti ma anche sui fatturati turistici che restano una voce fondamentale di bilancio».
 
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